IL CANTO DI ULISSE

Il canto ventiseiesimo dell'Inferno di Dante Alighieri si svolge nell'ottava bolgia dell'ottavo cerchio, in cui sono puniti i consiglieri di frode. Siamo al mattino del 9 aprile 1300, il Sabato Santo; secondo altri commentatori del 26 marzo1300.
In esso è inserito il racconto del "folle volo" di Ulisse e dei suoi compagni, dallo stesso Ulisse narrato in forma di fiamma a doppia lingua accanto a Diomede. E' il volo della sete di conoscenza e di superamento dei limiti materiali ed immateriali del mondo fin qui conosciuto. All'epoca, le "Colonne d'Ercole", e cioè lo stretto di Gibilterra.
Simbolo di ogni parabola di conoscenza "occidentale", fino al contemporaneo Stay hungry. Stay foolish. dello Steve Jobs di Standford.

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Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
    
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indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: "Quando

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mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

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né dolcezza di figlio, né la pïeta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelope far lieta,

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vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

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ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

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L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

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Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov'Ercule segnò li suoi riguardi

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acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

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"O frati", dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

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d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

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Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".

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Li miei compagni fec'io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

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e volta nostra poppa nel mattino,
de' remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

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Tutte le stelle già de l'altro polo
vedea la notte, e 'l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

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Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,

135
quando n'apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

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Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

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Tre volte il fé girar con tutte l'acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com'altrui piacque,
infin che 'l mar fu sovra noi richiuso".

Il corno più grande della fiamma cominciò a muoversi mentre mormorava come fanno le voci disturbate dal vento. La sommità della fiammella muovendosi da un lato all'altro come fosse una lingua, parlò e disse: «Quando me ne andai da Circe, che mi aveva trattenuto più di un anno a Gaeta, prima che Enea la chiamasse così, né la dolcezza suscitata dall'amore verso mio figlio, né l'amore pietoso verso la vecchiaia di mio padre, né l'amore dovuto per far felice Penelope, poterono vincere dentro di me l'ardore che ebbi di scoprire il mondo, i vizi e le virtù degli uomini; ma mi misi per mare aperto soltanto con una barca, e con quella piccola compagnia dalla quale non fui abbandonato. Vidi le coste a destra ed a sinistra fino alla Spagna, il Marocco, la Sardegna e le altre isole, bagnate dallo stesso mare. Io e i compagni eravamo vecchi quando arrivammo allo stretto di Gibilterra, dove Ercole segnò i suoi confini così che l'uomo non li oltrepassasse; a destra avevo lasciata Siviglia ed a sinistra Ceuta. "O fratelli", dissi, "che per centomila pericoli siete giunti all'occidente, in questo poco tempo che ci rimane, non negatevi a conoscere oltre il luogo dove tramonta il sole, dove non c'è anima viva. Prestate bene attenzione alla vostra origine, al motivo per cui siete nati: non siete nati per vivere come animali, ma per seguire virtù e conoscenza". Feci i miei compagni desiderosi, con questa piccola preghiera, del cammino, tanto che a mala pena poi li avrei ritenuti; e girata la poppa verso oriente, facemmo dei remi ali per il folle volo, sempre dirigendoci verso sud-ovest. La notte mostrava tutte le stelle del polo antartico; il polo artico era ormai molto basso. Passarono cinque mesi da quando avevamo oltrepassato lo stretto, quando apparve una montagna, scura per la lontananza, che mi pareva alta più di ogni altra che avessi visto fino ad allora. Noi ci rallegrammo, ma subito l'allegria si tramutò in tristezza, poiché dalla montagna nacque un vento impetuoso, e percosse il primo lato della barca. Lo fece girare tre volte, come in un vortice, con le acque tutt'intorno; la quarta volta la poppa si alzò verso l'alto e la prua andò giù, come piacque a Dio, finché il mare si chiuse su noi.

La Firenze di Dante per iPhone, iPod touch e iPad dall'App Store https://itunes.apple.com/it/app/la-firenze-di-dante/id543199809?mt=8

Per le straordinarie xilografie di Gustave Doré che illustrarono la Divina Commedia ed altri capolavori della letteratura http://it.wikipedia.org/wiki/Gustave_Dor%C3%A9

Bella puntata sulla Grecia navigante, migrante e Magna in Ulisse, il piacere della scoperta, di Piero ed Alberto Angela, RAI3, in http://www.youtube.com/watch?v=egX7jgT99XA

Giovanni Raboni recensisce Ulisse e la balena bianca di Gassman sul Corriere della Sera, 11-8-92 in http://archiviostorico.corriere.it

Vittorio Gassman recita il Canto di Ulisse.

Benigni recita l'intiero Canto XXVI, lo spiega citando anche Melville, e lo restituisce in tutta la sua possenza.

Ulisse e la balena bianca, 1992. Regia Vittorio Gassman, coreografia e ballo Daniel Ezralow, elementi pittorici di Emanuele Luzzati, costumi di Nicoletta Ercole, luci di Piero Niego, scenografia Enzo Piano, musiche di Nicola Piovani. In base alla traduzione di Cesare Pavese del Moby Dick di Herman Melville, New York/Londra 1851, Torino 1932. Produzione Teatro di Genova in collaborazione con Expo di Genova e Siviglia e Teatri di Roma.